24/04/11

L'efficacia di un titolo slogan

Come ogni mattina, nel giro delle varie "home page" d'informazione e fra la quantità industriale di notizie e commenti che ciascuno di noi assimila sottoponendosi a questo esercizio, un titolo spiccava fra tutti come particolarmente efficace. Un titolo, appunto, diventa efficace quando assume significato di slogan (uno slogan è una frase memorabile e intesa per essere facilmente memorizzabile. È usata in un contesto politico o commerciale, come espressione ripetitiva di un'idea o di un proposito. In lingua italiana potrebbe essere tradotto con motto. Il termine deriva dal gaelico scozzese sluagh-ghairm, pronunciato slogorm. È composto da sluagh ("nemico") e ghairm ("urlo") e originariamente significava "grido di guerra" o "grido di battaglia". Da wikipedia).
LA CARTA PIEGATA AI BISOGNI DEL PREMIER
Gli ultimi avvenimenti politici e le reazioni ad essi collegati sono diventati il tema di discussione di questi giorni: Berlusconi attraverso i propri parlamentari tenta quello che le opposizioni definiscono un attacco frontale alla Costituzione Italiana e a i suoi articoli fondanti. Insomma, siamo alle solite, la povera Italia divisa in due su una questione che fa fatica a capire, ma non importa, oggi quello che conta è essere tifosi e fanatici di qualcosa che non ci serve a nulla ma che va sostenuta lo stesso.
Comunque, torniamo al titolo, guardate come il suo insieme costruisce in modo netto e chiaro una immagine figurata a tutti molto familiare: la carta che nell'immaginario comune la si associa istintivamente a qualcosa che ci è necessaria ogni giorno; piegata, guardate l'immagine... più piegata di così!; e infine i bisogni, quelli che prima di ogni altra cosa li immaginiamo quotidiani e fisiologici.
Forse non era necesaria una ricostruzione fotografica per capire meglio, ma non sono riuscito a trattenerla.

21/04/11

Giovanni Paolo II: un mio ricordo

Fra poche ore Papa Giovanni Paolo II sarà beatificato. Mi tornano in mente tutte le immagini che nei giorni della sua morte caratterizzarono Roma con le facce della gente che incontravi e il colore del cielo che era azzurro, ma di un azzurro quasi opaco e poi i mille tratti somatici confluiti da un mondo intero che si incrociavano in ogni strada o piazza della Capitale e intorno a San Pietro, intere vie dove tutti in coda stretti stretti, accalorati, stanchi ma, composti, silenziosi volevano vedere il Papa per l'ultima volta.
In quel periodo lavoravo presso il quotidiano Il Romanista come direttore artistico e il giornale, spiccatamente dedicato alle vicende della squadra giallorossa, in quei giorni che, per il triste evento sembravano immobili, non vendeva molto. Noi comunque dedicammo una importante parte del giornale a quella cronaca così complessa e toccante. E decidemmo di omaggiare la Città e i nostri lettori con un poster dedicato al Papa polacco che sentivamo così vicino e così simile a noi romani. E nella frase scelta per il poster (frase usata proprio dal Papa) individuammo quella che forse è la più efficace per tentare di definire il sentire comune dei calpestatori di sanpietrini: "Semo romani, volemose bene".
Il poster andò in edicola..... e successivamente, in un bar di via Bissolati rimase attaccato in una colonna a specchio per qualche anno. Ma la mia più grande sorpresa fu quando la notte della veglia in Piazza San Pietro arrivò, sul circuito fotografico dell'Ansa, una foto dove si vedevano un gruppo di ragazzi, in preghiera, avvolti nei sacchi a pelo intorno a un cerchio di candele con al centro un'immagine del Papa. Indovinate un po' qual era quell'immagine? Sì, proprio quella. "Semo romani, volemose bene".

13/04/11

Piacerò?

Di emancipazione delle donne si parla sempre. Se ne è discusso ieri grazie a protagoniste come Virginia Woolf o Mary Quant (scusate l'accostamento, ma la sintesi è casualmente innocente) e poi, quasi contemporaneamente ai moti studenteschi del '68  quando nasce e si sviluppa anche in Italia il moderno Movimento Femminista.
Se ne parlò in modo molto diffuso anche alla fine del XIX secolo quando, le nuove scoperte, gli inizi delle produzioni industriali negli stabilimenti (fabbriche) e i grandi sogni legati all'avvento del nuovo secolo contribuivano a immaginare anche un salto quasi definitivo verso la parità uomo-donna. 
In seguito sapremo che non sarà così...
E in quel periodo, per sollecitare l'immaginazione di tutti, alcuni pittori si impegnarono a far descrizione in modo anche provocatorio del Tipo femminile che sarebbe scaturito dalla imminente rivoluzione social-sessuale. 
Ecco due esempi ripresi dall'Illustrazione Italiana: il primo del pittore Pietro Saporetti dal titolo "La donna emancipata" , l'artista si cimenta nella descrizione di una ragazza che con gesti, taglio dei capelli, sguardo di sfida e modo di vestire diventa così maschile da incutere quasi timore (fig. in alto); l'altro è del pittore Ernesto Fontana, il titolo è "Piacerò?" (fig. in basso) e come descrizione gustatevi per intero la didascalia del giornale -"La domanda che forma il titolo del quadro ha già ricevuto una risposta dal pubblico dell'Esposizione di Torino (1861) dove il dipinto è stato messo in mostra. Con un viso seducente come quello e sguardi tanto procaci, con quel sorriso, quell'aria risoluta, la piacevolezza e la seduzione del gesto, e quelle spalle e quelle braccia, la bella creatura è più che certa di piacere. Essa formola quella domanda per pura civetteria, pel gesto di rispondere di sì e di pensare a quanti piacerà, e come e sino a quel punto, ed ai giovanotti che la faranno oggetto di arditi attacchi, e alle smanie dei vecchi che le lanceranno delle occhiate piene di risibile entusiasmo"-.
La donna molto femminile con la sua "libertà" di esibirsi, ma che inesorabilmente si espone ai giudizi velati e prurigginosi del redattore della didascalia  e la donna molto maschile  con la sua ipotetica sfida spavalda al sesso forte, in contrapposizione e nella visione di due artisti uomini chiamati a illustrare l'argomento femminismo per un giornale che sapeva di rivolgersi prevalentemente a un pubblico di maschietti.

03/04/11

Bello e suggestivo, non c'è difesa

Si sono spesi fiumi di parole sul significato di bello. Cos'è bello e cosa scatena in noi l'attenzione sugli oggetti fino a farci dire che sono belli?
Come già detto da molti e dopo che molte parole sono state scritte sull'argomento, si evince che alcuni dei meccanismi "scatenanti" si associano semplicemente al nostro essere, alle nostre abitudini e a risolvere soprattutto le nostre necessità con strumenti semplici da usare.
Per tentare di dare una parziale visione, ecco un esempio che si sviluppa attraverso queste immagini e da dove emergono alcuni fra i meccanismi che ci aiutano e condizionano verso  ciò che definiamo bello.
La prima immagine in alto mette insieme tre cose: una casa, un carro, un'automobile.
Analizziamo per un attimo gli elementi:
1- la casa o le case, sono state ciò che più marcatamente hanno contraddistinto l'evoluzione dell'uomo, un posto dove sentirsi sicuri e protetti, costruite dove volevamo noi, scavate nella roccia, sollevate su palafitte, di paglia, di legno, di mattoni, d'acciaio e ci facevano stare talmente a nostro agio che non potevamo non definirle belle, perché ci regalavano e ci regalano l'armonia con noi stessi;
2- il carro, risolto il problema della sicurezza e della protezione, c'era da risolvere il problema della mobilità senza che ci si stancasse troppo e senza perdere i presupposti del nostro star bene. L'idea è stata quella di immaginare una casa più piccola, ma con le ruote e per la propulsione abbiamo fatto tirare il tutto da un robusto animale: il cavallo (ma anche da buoi, renne, cani, elefanti ecc...);
3- l'auto, dopo la mobilità abbiamo sentito la necessità di accorciare le distanze con la velocità e allora abbiamo fatto delle alchimie di meccanica e di chimica per dare più forza e resistenza ai nostri carri e quella potenza la chiamiamo in Italia, Spagna e Portogallo CV (cavallo vapore, caballo de vapor, cavalo de vapor), in Germania PS (Pferdestärke, "forza del cavallo), nei Paesi Bassi PK (paardenkracht, "forza del cavallo"), in Francia CH chevaux, "cavalli" sottointeso "vapore" perché CV in Francia indica la potenza fiscale), in Russia ЛС (лошадиная сила, "forza del cavallo"), ma la definizione più universale è quella della Gran Bretagna HP il cavallo vapore britannico (horsepower).
Stabilito che abbiamo messo davanti a una casa con le ruote una forza che in tutto il mondo chiamiamo "cavallo", ci siamo impegnati a rendere il tutto più gradevole alla nostra vista. A questo punto (e analizzando l'insieme delle immagini successive e allegate a questo post) non c'è bisogno aggiungere altro, salvo che,  si può anche dire che il bello viene da ciò che inquadriamo come parte ispirata alla tradizione del nostro vivere: un cubo rettangolare (casa) con le ruote, poi che se vogliamo immaginare più potenza e i poveri bio-cavalli sono passati di moda, non ci resta che allungare la parte anteriore per far immaginare che dentro ci siano un'infinità di quadrupedi pronti a correre come forsennati, infine, cosa dire di ciò che suscitano proprio queste carrozzerie e la loro esagerata prominenza anteriore se non un lampante riferimento a una virilità tutta dei maschietti...
Comodità, sicurezza, potenza, armonia visiva e psichica, chi rifiuterebbe di accettare il bello in questa combinazione di suggestioni?  Nessuno!