16/05/11
14/05/11
faccia velata
Una vecchia foto, il modello è Lello, l'effetto... insommma, ha un suo effetto
Saci, l'eroe birichino che ci manca
Sarebbe stato bello se nella mia infanzia di italiano avessi avuto un eroe come Saci (si legge Sasì).
Avrei sicuramente appreso da solo due cose "piccole piccole" come per esempio che nero è uguale a bianco se rapportato a uomini, donne o bambini oppure che la menomazione fisica non fa diventare chi ne è affetto, un soggetto da evitare.
In Brasile, dove rispetto a noi in fatto di integrazione potrebbero darci lezioni infinite e dove in qualsiasi aeroporto il primo cartello che incontri è quello firmato dal "Governo Federal" e che dice: "BRASIL, UM PAIS DE TODOS", i bambini di questo Stato immenso hanno la fortuna di sognare e crescere con un piccolo birbante dispettoso: Saci Pererê.
Saci è appunto un bambino di colore, molto birichino, ha una sola gamba, fuma la pipa e indossa un berrettino rosso con poteri magici. Le storie narrano che Saci adora fare scherzi e a volte anche danni, come far sparire il cibo degli altri o spaventare i viandanti solitari e gli animali delle fattorie, insomma, uno che quando accade qualcosa per via delle nostre disattenzioni o colpe, lui ne diventa il responsabile. E ancora si dice che per catturare un Saci sia necessario costruire una trappola con un cesto e una volta catturato, senza indugiare sia importantissimo togliergli il berrettino magico, cosicché, reso il povero Pererê inoffensivo, lo si prende e lo si mette in una bottiglia che si dovrà chiudere con un tappo di sughero. Chissà se qualcuno è mai riuscito a imprigionarlo, e magari ora lo tiene nascosto in soffitta. Spero proprio di no!
In tempi di sfruttamento politico-elettorale ed economico di coloro che vengono in Italia pieni di voglia di futuro e che chiamiamo con un sillogismo perfetto EXTRACOMUNITARI, cosicché, nella nostra ignorante pseudo-superiorità ci sentiamo anche al riparo dal sentirci razzisti, mi piacerebbe che un Saci qualsiasi venisse qui a insegnarci cosa è l'impegno e punire tutti coloro che fanno cose improvvide come i nostri politici ai quali pare non freghi nulla del futuro di chiunque. E infine, magari, far resoconto delle punizioni affibbiate da Saci, sui giornali e con un linguaggio destinato ai nostri bambini e al nostro essere anche, sempre, bambini.
Avrei sicuramente appreso da solo due cose "piccole piccole" come per esempio che nero è uguale a bianco se rapportato a uomini, donne o bambini oppure che la menomazione fisica non fa diventare chi ne è affetto, un soggetto da evitare.
In Brasile, dove rispetto a noi in fatto di integrazione potrebbero darci lezioni infinite e dove in qualsiasi aeroporto il primo cartello che incontri è quello firmato dal "Governo Federal" e che dice: "BRASIL, UM PAIS DE TODOS", i bambini di questo Stato immenso hanno la fortuna di sognare e crescere con un piccolo birbante dispettoso: Saci Pererê.Saci è appunto un bambino di colore, molto birichino, ha una sola gamba, fuma la pipa e indossa un berrettino rosso con poteri magici. Le storie narrano che Saci adora fare scherzi e a volte anche danni, come far sparire il cibo degli altri o spaventare i viandanti solitari e gli animali delle fattorie, insomma, uno che quando accade qualcosa per via delle nostre disattenzioni o colpe, lui ne diventa il responsabile. E ancora si dice che per catturare un Saci sia necessario costruire una trappola con un cesto e una volta catturato, senza indugiare sia importantissimo togliergli il berrettino magico, cosicché, reso il povero Pererê inoffensivo, lo si prende e lo si mette in una bottiglia che si dovrà chiudere con un tappo di sughero. Chissà se qualcuno è mai riuscito a imprigionarlo, e magari ora lo tiene nascosto in soffitta. Spero proprio di no!
In tempi di sfruttamento politico-elettorale ed economico di coloro che vengono in Italia pieni di voglia di futuro e che chiamiamo con un sillogismo perfetto EXTRACOMUNITARI, cosicché, nella nostra ignorante pseudo-superiorità ci sentiamo anche al riparo dal sentirci razzisti, mi piacerebbe che un Saci qualsiasi venisse qui a insegnarci cosa è l'impegno e punire tutti coloro che fanno cose improvvide come i nostri politici ai quali pare non freghi nulla del futuro di chiunque. E infine, magari, far resoconto delle punizioni affibbiate da Saci, sui giornali e con un linguaggio destinato ai nostri bambini e al nostro essere anche, sempre, bambini.
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Saci Pererê by vittorio mogetta
13/05/11
MINHA FAMÍLIA FELIZ
In questi giorni va molto di moda in Brasile applicare una serie di adesivi che si acquistano e si compongono al costo di 2 reais (circa un euro) ciascuno e che si esibiscono nella parte posteriore della propria auto. Gli adesivi rappresentano varie figure maschili e femminili di adulti e di bambini, poi cani, gatti ecc.
Il gioco sta nel comporre e unire tutti i componenti della propria famiglia e lo slogan, che è la vera trovata dell'operazione, recita così: MINHA FAMÍLIA FELIZ.
E' tutto molto semplice, dai disegni al messaggio che si vuole condividere con gli altri, ma è anche un gioco, perché si possono scegliere, fra una discreta varietà di soggetti, i nostri Avatar ideali, pronti a essere uniti e appiccicati vicini e nell’ordine che più ci piace.
Ma dov'è il segreto di questo piccolo successo?
Provo a immaginare così:
1 - IL GIOCO - è sempre invitante partecipare a un gioco e che qui oltretutto relaziona una quantità infinita di partecipanti e poi, ti fa esibire il risultato come fosse il tuo trionfo;
2 - IL SEGNO O DISEGNO - sintetico, quasi elementare diventa accessibile a ogni gusto, mente, esigenza, età;
3 - LA FAMIGLIA - è uno dei valori in discussione oggi, per effetto della forte pressione esercitata dalla morsa consumistica, dove il vero "eroe" è l'individuo ed ecco che si scatena la nostalgica illusione di un rigurgito di quelle vecchie immagini dove immaginavamo la famiglia come "roccaforte" di sicurezza, di armonia e di rifugio;
4 - LA FELICITA' - qui tutto si espande: viene in mente a quanti e come cercano di convincerci a consumare per farci sentire nell'illusione di avere la felicità con un paio di scarpe o con un'automobile, poi quel film di Muccino "La ricerca della felicità" dove ci raccontano che forse tutto si ottiene grazie alla stabilità economica, ma, ancora, dalla filosofia alla teologia la felicità è uno stato permanente dell'animo e lo si ottiene casualmente senza cercarlo, oppure dove lo si ottiene addirittura rinunciandoci, o elargendo felicità agli altri senza preoccuparci della nostra. Insomma non voglio fare un trattato sulla felicità, perché poi dovremmo spiegare anche cosa significa IL DIRITTO ALLA RICERCA DELLA FELICITA' sancito nella Costituzione Americana.
Quindi torniamo ai nostri divertenti adesivi e ai messaggi che si completano attraverso l'utilizzo della parola "felice". Ci accontentiamo anche di un attimo di felicità e ciascuno di noi la intepreta come più gli piace. Dire agli altri che si è felici è già abbastanza!
E allora, dalla pura e semplice voglia di esibire il nostro nucleo familiare felice alla volontà di ribadire per protesta, per rivalsa o solo per ironia che siamo atipici (vedi famiglie separate con madri o padri coraggiosi, convivenze gay maschili o femminili, ragazze o ragazzi con più di un partner, suocere fuori o suocere dentro e poi ecc. ecc.).
Insomma il tutto esibito racconta di noi simbolicamente e sinteticamente a poco prezzo, con grande risonanza, e a scapito di una privacy che a volte rivendichiamo con forza, per gridare forte a tutti chi siamo quanti siamo e quanto siamo felici nel nostro essere normali, incazzati, orgogliosi, creativi, rari o strani.
Bentrovati "adesivos da minha famìlia feliz", nuovi graffiti metropolitani!
Il gioco sta nel comporre e unire tutti i componenti della propria famiglia e lo slogan, che è la vera trovata dell'operazione, recita così: MINHA FAMÍLIA FELIZ.
E' tutto molto semplice, dai disegni al messaggio che si vuole condividere con gli altri, ma è anche un gioco, perché si possono scegliere, fra una discreta varietà di soggetti, i nostri Avatar ideali, pronti a essere uniti e appiccicati vicini e nell’ordine che più ci piace.
Ma dov'è il segreto di questo piccolo successo?
Provo a immaginare così:
1 - IL GIOCO - è sempre invitante partecipare a un gioco e che qui oltretutto relaziona una quantità infinita di partecipanti e poi, ti fa esibire il risultato come fosse il tuo trionfo;
2 - IL SEGNO O DISEGNO - sintetico, quasi elementare diventa accessibile a ogni gusto, mente, esigenza, età;
3 - LA FAMIGLIA - è uno dei valori in discussione oggi, per effetto della forte pressione esercitata dalla morsa consumistica, dove il vero "eroe" è l'individuo ed ecco che si scatena la nostalgica illusione di un rigurgito di quelle vecchie immagini dove immaginavamo la famiglia come "roccaforte" di sicurezza, di armonia e di rifugio;
4 - LA FELICITA' - qui tutto si espande: viene in mente a quanti e come cercano di convincerci a consumare per farci sentire nell'illusione di avere la felicità con un paio di scarpe o con un'automobile, poi quel film di Muccino "La ricerca della felicità" dove ci raccontano che forse tutto si ottiene grazie alla stabilità economica, ma, ancora, dalla filosofia alla teologia la felicità è uno stato permanente dell'animo e lo si ottiene casualmente senza cercarlo, oppure dove lo si ottiene addirittura rinunciandoci, o elargendo felicità agli altri senza preoccuparci della nostra. Insomma non voglio fare un trattato sulla felicità, perché poi dovremmo spiegare anche cosa significa IL DIRITTO ALLA RICERCA DELLA FELICITA' sancito nella Costituzione Americana. Quindi torniamo ai nostri divertenti adesivi e ai messaggi che si completano attraverso l'utilizzo della parola "felice". Ci accontentiamo anche di un attimo di felicità e ciascuno di noi la intepreta come più gli piace. Dire agli altri che si è felici è già abbastanza!
E allora, dalla pura e semplice voglia di esibire il nostro nucleo familiare felice alla volontà di ribadire per protesta, per rivalsa o solo per ironia che siamo atipici (vedi famiglie separate con madri o padri coraggiosi, convivenze gay maschili o femminili, ragazze o ragazzi con più di un partner, suocere fuori o suocere dentro e poi ecc. ecc.).
Insomma il tutto esibito racconta di noi simbolicamente e sinteticamente a poco prezzo, con grande risonanza, e a scapito di una privacy che a volte rivendichiamo con forza, per gridare forte a tutti chi siamo quanti siamo e quanto siamo felici nel nostro essere normali, incazzati, orgogliosi, creativi, rari o strani.
Bentrovati "adesivos da minha famìlia feliz", nuovi graffiti metropolitani!
07/05/11
The Telegraph: quando la prima pagina è troppo stretta...
Il compito di un giornale, è in primo luogo quello di ordinatore di una realtà complessa e caotica (nessun altro media riesce a proporre una gerarchia riflessiva e poi chiara e ordinata dei fatti come accade in un giornale), e infatti ci affezioniamo alle testate che immaginiamo in linea con i nostri punti di vista, che ospitano firme che apprezziamo e condividiamo e infine che soddisfano anche la nostra domanda di leggibilità, forma e armonia estetica.
Impariamo a raggiungere grazie all'abitudine, "soppesando" con le dita, le pagine di un argomento o di un settore che prima di ogni altra cosa siamo smaniosi di andare a vedere o leggere: insomma ci piace di come una redazione intera lavori per un prodotto che sentiamo nostro, perché lo condividiamo e poi addirittura, in modo libero ma anche un po' pretenzioso, arriviamo a immaginare di farne parte, tanto che se qualcosa non ci piace o ci piace molto siamo subito pronti a mandare una mail per far sapere cosa pensiamo (e ogni mail, ogni lettera o ogni fax che arriva dai lettori, in tutte le redazioni del mondo è letto con attenzione e ponderato).
Ma questo post oggi vuol parlare di scelte e in particolare di scelte che a volte, in occasione di eventi e notizie di grande eco, invece essere di aiuto alla loro interpretazione arrivano addirittura a disorientare.
LA PRIMA PAGINA DELL'EDIZIONE SETTIMANALE DEL "THE TELEGRAPH"
Il povero quotidiano aveva programmato tutto, si sposavano William e Kate, una roba che per un tabloid inglese è da ricorrenza epocale... e poi arriva la notizia della morte di Bin Laden. Riesco ad immaginare l'edizione settimanale pronta e confezionata sull'evento rosa che improvvisamente deve subire una radicale trasformazione, oltretutto con i due argomenti che sono disarmatamente respingenti. Guardate come il povero tabloid tenta di risolvere il problema: un occhiello (che è di solito la parte introduttiva di una titolazione) prova a descriverci cosa accade sotto e recita più o meno così " Un giorno pieno di romanticismo, sfarzoso e giocoso è suggellato con un bacio", e subito la foto senza titolo e senza didascalia dei due "piccioncini reali". Direte, ma chiunque sarebbe stato in grado di riconoscere la dama vestita di bianco e il soldato colorato di rosso, giallo e blu che si baciano, e non solo, tutto il mondo dai bambini di due anni ai nonni di ottanta, sapevano che in quell'isola a nord dell'Europa c'era stato un matrimonio. Ma poi, sotto ancora, a completare visualmente quello che appare come un solo argomento, ecco il titolone di pagina che grida "Osama bin Laden è morto".
Ma caspita, sarà stato anche difficile gestire le due notizie così dissonanti fra loro, ma cosa costava rendere un po' più titolo il testo sopra la foto e spiegare che i due teneri, ricchi, e colorati bacianti anonimi avevano anche un nome?
Impariamo a raggiungere grazie all'abitudine, "soppesando" con le dita, le pagine di un argomento o di un settore che prima di ogni altra cosa siamo smaniosi di andare a vedere o leggere: insomma ci piace di come una redazione intera lavori per un prodotto che sentiamo nostro, perché lo condividiamo e poi addirittura, in modo libero ma anche un po' pretenzioso, arriviamo a immaginare di farne parte, tanto che se qualcosa non ci piace o ci piace molto siamo subito pronti a mandare una mail per far sapere cosa pensiamo (e ogni mail, ogni lettera o ogni fax che arriva dai lettori, in tutte le redazioni del mondo è letto con attenzione e ponderato).Ma questo post oggi vuol parlare di scelte e in particolare di scelte che a volte, in occasione di eventi e notizie di grande eco, invece essere di aiuto alla loro interpretazione arrivano addirittura a disorientare.
LA PRIMA PAGINA DELL'EDIZIONE SETTIMANALE DEL "THE TELEGRAPH"
Il povero quotidiano aveva programmato tutto, si sposavano William e Kate, una roba che per un tabloid inglese è da ricorrenza epocale... e poi arriva la notizia della morte di Bin Laden. Riesco ad immaginare l'edizione settimanale pronta e confezionata sull'evento rosa che improvvisamente deve subire una radicale trasformazione, oltretutto con i due argomenti che sono disarmatamente respingenti. Guardate come il povero tabloid tenta di risolvere il problema: un occhiello (che è di solito la parte introduttiva di una titolazione) prova a descriverci cosa accade sotto e recita più o meno così " Un giorno pieno di romanticismo, sfarzoso e giocoso è suggellato con un bacio", e subito la foto senza titolo e senza didascalia dei due "piccioncini reali". Direte, ma chiunque sarebbe stato in grado di riconoscere la dama vestita di bianco e il soldato colorato di rosso, giallo e blu che si baciano, e non solo, tutto il mondo dai bambini di due anni ai nonni di ottanta, sapevano che in quell'isola a nord dell'Europa c'era stato un matrimonio. Ma poi, sotto ancora, a completare visualmente quello che appare come un solo argomento, ecco il titolone di pagina che grida "Osama bin Laden è morto".
Ma caspita, sarà stato anche difficile gestire le due notizie così dissonanti fra loro, ma cosa costava rendere un po' più titolo il testo sopra la foto e spiegare che i due teneri, ricchi, e colorati bacianti anonimi avevano anche un nome?
27/04/11
Color power
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il colore al potere,
vittorio mogetta
24/04/11
L'efficacia di un titolo slogan
Come ogni mattina, nel giro delle varie "home page" d'informazione e fra la quantità industriale di notizie e commenti che ciascuno di noi assimila sottoponendosi a questo esercizio, un titolo spiccava fra tutti come particolarmente efficace. Un titolo, appunto, diventa efficace quando assume significato di slogan (uno slogan è una frase memorabile e intesa per essere facilmente memorizzabile. È usata in un contesto politico o commerciale, come espressione ripetitiva di un'idea o di un proposito. In lingua italiana potrebbe essere tradotto con motto. Il termine deriva dal gaelico scozzese sluagh-ghairm, pronunciato slogorm. È composto da sluagh ("nemico") e ghairm ("urlo") e originariamente significava "grido di guerra" o "grido di battaglia". Da wikipedia).
Gli ultimi avvenimenti politici e le reazioni ad essi collegati sono diventati il tema di discussione di questi giorni: Berlusconi attraverso i propri parlamentari tenta quello che le opposizioni definiscono un attacco frontale alla Costituzione Italiana e a i suoi articoli fondanti. Insomma, siamo alle solite, la povera Italia divisa in due su una questione che fa fatica a capire, ma non importa, oggi quello che conta è essere tifosi e fanatici di qualcosa che non ci serve a nulla ma che va sostenuta lo stesso.
Comunque, torniamo al titolo, guardate come il suo insieme costruisce in modo netto e chiaro una immagine figurata a tutti molto familiare: la carta che nell'immaginario comune la si associa istintivamente a qualcosa che ci è necessaria ogni giorno; piegata, guardate l'immagine... più piegata di così!; e infine i bisogni, quelli che prima di ogni altra cosa li immaginiamo quotidiani e fisiologici.
Forse non era necesaria una ricostruzione fotografica per capire meglio, ma non sono riuscito a trattenerla.
21/04/11
Giovanni Paolo II: un mio ricordo
Fra poche ore Papa Giovanni Paolo II sarà beatificato. Mi tornano in mente tutte le immagini che nei giorni della sua morte caratterizzarono Roma con le facce della gente che incontravi e il colore del cielo che era azzurro, ma di un azzurro quasi opaco e poi i mille tratti somatici confluiti da un mondo intero che si incrociavano in ogni strada o piazza della Capitale e intorno a San Pietro, intere vie dove tutti in coda stretti stretti, accalorati, stanchi ma, composti, silenziosi volevano vedere il Papa per l'ultima volta.In quel periodo lavoravo presso il quotidiano Il Romanista come direttore artistico e il giornale, spiccatamente dedicato alle vicende della squadra giallorossa, in quei giorni che, per il triste evento sembravano immobili, non vendeva molto. Noi comunque dedicammo una importante parte del giornale a quella cronaca così complessa e toccante. E decidemmo di omaggiare la Città e i nostri lettori con un poster dedicato al Papa polacco che sentivamo così vicino e così simile a noi romani. E nella frase scelta per il poster (frase usata proprio dal Papa) individuammo quella che forse è la più efficace per tentare di definire il sentire comune dei calpestatori di sanpietrini: "Semo romani, volemose bene".
Il poster andò in edicola..... e successivamente, in un bar di via Bissolati rimase attaccato in una colonna a specchio per qualche anno. Ma la mia più grande sorpresa fu quando la notte della veglia in Piazza San Pietro arrivò, sul circuito fotografico dell'Ansa, una foto dove si vedevano un gruppo di ragazzi, in preghiera, avvolti nei sacchi a pelo intorno a un cerchio di candele con al centro un'immagine del Papa. Indovinate un po' qual era quell'immagine? Sì, proprio quella. "Semo romani, volemose bene".
13/04/11
Piacerò?
Di emancipazione delle donne si parla sempre. Se ne è discusso ieri grazie a protagoniste come Virginia Woolf o Mary Quant (scusate l'accostamento, ma la sintesi è casualmente innocente) e poi, quasi contemporaneamente ai moti studenteschi del '68 quando nasce e si sviluppa anche in Italia il moderno Movimento Femminista.Se ne parlò in modo molto diffuso anche alla fine del XIX secolo quando, le nuove scoperte, gli inizi delle produzioni industriali negli stabilimenti (fabbriche) e i grandi sogni legati all'avvento del nuovo secolo contribuivano a immaginare anche un salto quasi definitivo verso la parità uomo-donna.
In seguito sapremo che non sarà così...
E in quel periodo, per sollecitare l'immaginazione di tutti, alcuni pittori si impegnarono a far descrizione in modo anche provocatorio del Tipo femminile che sarebbe scaturito dalla imminente rivoluzione social-sessuale.
Ecco due esempi ripresi dall'Illustrazione Italiana: il primo del pittore Pietro Saporetti dal titolo "La donna emancipata" , l'artista si cimenta nella descrizione di una ragazza che con gesti, taglio dei capelli, sguardo di sfida e modo di vestire diventa così maschile da incutere quasi timore (fig. in alto); l'altro è del pittore Ernesto Fontana, il titolo è "Piacerò?" (fig. in basso) e come descrizione gustatevi per intero la didascalia del giornale -"La domanda che forma il titolo del quadro ha già ricevuto una risposta dal pubblico dell'Esposizione di Torino (1861) dove il dipinto è stato messo in mostra. Con un viso seducente come quello e sguardi tanto procaci, con quel sorriso, quell'aria risoluta, la piacevolezza e la seduzione del gesto, e quelle spalle e quelle braccia, la bella creatura è più che certa di piacere. Essa formola quella domanda per pura civetteria, pel gesto di rispondere di sì e di pensare a quanti piacerà, e come e sino a quel punto, ed ai giovanotti che la faranno oggetto di arditi attacchi, e alle smanie dei vecchi che le lanceranno delle occhiate piene di risibile entusiasmo"-.
La donna molto femminile con la sua "libertà" di esibirsi, ma che inesorabilmente si espone ai giudizi velati e prurigginosi del redattore della didascalia e la donna molto maschile con la sua ipotetica sfida spavalda al sesso forte, in contrapposizione e nella visione di due artisti uomini chiamati a illustrare l'argomento femminismo per un giornale che sapeva di rivolgersi prevalentemente a un pubblico di maschietti.
10/04/11
03/04/11
Bello e suggestivo, non c'è difesa
Si sono spesi fiumi di parole sul significato di bello. Cos'è bello e cosa scatena in noi l'attenzione sugli oggetti fino a farci dire che sono belli?
Come già detto da molti e dopo che molte parole sono state scritte sull'argomento, si evince che alcuni dei meccanismi "scatenanti" si associano semplicemente al nostro essere, alle nostre abitudini e a risolvere soprattutto le nostre necessità con strumenti semplici da usare.
Per tentare di dare una parziale visione, ecco un esempio che si sviluppa attraverso queste immagini e da dove emergono alcuni fra i meccanismi che ci aiutano e condizionano verso ciò che definiamo bello.
La prima immagine in alto mette insieme tre cose: una casa, un carro, un'automobile.
Analizziamo per un attimo gli elementi:
1- la casa o le case, sono state ciò che più marcatamente hanno contraddistinto l'evoluzione dell'uomo, un posto dove sentirsi sicuri e protetti, costruite dove volevamo noi, scavate nella roccia, sollevate su palafitte, di paglia, di legno, di mattoni, d'acciaio e ci facevano stare talmente a nostro agio che non potevamo non definirle belle, perché ci regalavano e ci regalano l'armonia con noi stessi;
2- il carro, risolto il problema della sicurezza e della protezione, c'era da risolvere il problema della mobilità senza che ci si stancasse troppo e senza perdere i presupposti del nostro star bene. L'idea è stata quella di immaginare una casa più piccola, ma con le ruote e per la propulsione abbiamo fatto tirare il tutto da un robusto animale: il cavallo (ma anche da buoi, renne, cani, elefanti ecc...);
3- l'auto, dopo la mobilità abbiamo sentito la necessità di accorciare le distanze con la velocità e allora abbiamo fatto delle alchimie di meccanica e di chimica per dare più forza e resistenza ai nostri carri e quella potenza la chiamiamo in Italia, Spagna e Portogallo CV (cavallo vapore, caballo de vapor, cavalo de vapor), in Germania PS (Pferdestärke, "forza del cavallo), nei Paesi Bassi PK (paardenkracht, "forza del cavallo"), in Francia CH chevaux, "cavalli" sottointeso "vapore" perché CV in Francia indica la potenza fiscale), in Russia ЛС (лошадиная сила, "forza del cavallo"), ma la definizione più universale è quella della Gran Bretagna HP il cavallo vapore britannico (horsepower).
Stabilito che abbiamo messo davanti a una casa con le ruote una forza che in tutto il mondo chiamiamo "cavallo", ci siamo impegnati a rendere il tutto più gradevole alla nostra vista. A questo punto (e analizzando l'insieme delle immagini successive e allegate a questo post) non c'è bisogno aggiungere altro, salvo che, si può anche dire che il bello viene da ciò che inquadriamo come parte ispirata alla tradizione del nostro vivere: un cubo rettangolare (casa) con le ruote, poi che se vogliamo immaginare più potenza e i poveri bio-cavalli sono passati di moda, non ci resta che allungare la parte anteriore per far immaginare che dentro ci siano un'infinità di quadrupedi pronti a correre come forsennati, infine, cosa dire di ciò che suscitano proprio queste carrozzerie e la loro esagerata prominenza anteriore se non un lampante riferimento a una virilità tutta dei maschietti...
Comodità, sicurezza, potenza, armonia visiva e psichica, chi rifiuterebbe di accettare il bello in questa combinazione di suggestioni? Nessuno!
Come già detto da molti e dopo che molte parole sono state scritte sull'argomento, si evince che alcuni dei meccanismi "scatenanti" si associano semplicemente al nostro essere, alle nostre abitudini e a risolvere soprattutto le nostre necessità con strumenti semplici da usare.
Per tentare di dare una parziale visione, ecco un esempio che si sviluppa attraverso queste immagini e da dove emergono alcuni fra i meccanismi che ci aiutano e condizionano verso ciò che definiamo bello.
La prima immagine in alto mette insieme tre cose: una casa, un carro, un'automobile.
Analizziamo per un attimo gli elementi:
1- la casa o le case, sono state ciò che più marcatamente hanno contraddistinto l'evoluzione dell'uomo, un posto dove sentirsi sicuri e protetti, costruite dove volevamo noi, scavate nella roccia, sollevate su palafitte, di paglia, di legno, di mattoni, d'acciaio e ci facevano stare talmente a nostro agio che non potevamo non definirle belle, perché ci regalavano e ci regalano l'armonia con noi stessi;
2- il carro, risolto il problema della sicurezza e della protezione, c'era da risolvere il problema della mobilità senza che ci si stancasse troppo e senza perdere i presupposti del nostro star bene. L'idea è stata quella di immaginare una casa più piccola, ma con le ruote e per la propulsione abbiamo fatto tirare il tutto da un robusto animale: il cavallo (ma anche da buoi, renne, cani, elefanti ecc...);3- l'auto, dopo la mobilità abbiamo sentito la necessità di accorciare le distanze con la velocità e allora abbiamo fatto delle alchimie di meccanica e di chimica per dare più forza e resistenza ai nostri carri e quella potenza la chiamiamo in Italia, Spagna e Portogallo CV (cavallo vapore, caballo de vapor, cavalo de vapor), in Germania PS (Pferdestärke, "forza del cavallo), nei Paesi Bassi PK (paardenkracht, "forza del cavallo"), in Francia CH chevaux, "cavalli" sottointeso "vapore" perché CV in Francia indica la potenza fiscale), in Russia ЛС (лошадиная сила, "forza del cavallo"), ma la definizione più universale è quella della Gran Bretagna HP il cavallo vapore britannico (horsepower).
Stabilito che abbiamo messo davanti a una casa con le ruote una forza che in tutto il mondo chiamiamo "cavallo", ci siamo impegnati a rendere il tutto più gradevole alla nostra vista. A questo punto (e analizzando l'insieme delle immagini successive e allegate a questo post) non c'è bisogno aggiungere altro, salvo che, si può anche dire che il bello viene da ciò che inquadriamo come parte ispirata alla tradizione del nostro vivere: un cubo rettangolare (casa) con le ruote, poi che se vogliamo immaginare più potenza e i poveri bio-cavalli sono passati di moda, non ci resta che allungare la parte anteriore per far immaginare che dentro ci siano un'infinità di quadrupedi pronti a correre come forsennati, infine, cosa dire di ciò che suscitano proprio queste carrozzerie e la loro esagerata prominenza anteriore se non un lampante riferimento a una virilità tutta dei maschietti...
Comodità, sicurezza, potenza, armonia visiva e psichica, chi rifiuterebbe di accettare il bello in questa combinazione di suggestioni? Nessuno!
28/03/11
28/03: mi faccio un regalo virtuale
Oggi è il mio compleanno e appena alzato mi sono detto che sarebbe stato bello pensare fortemente a un regalo e magicamente ottenerlo. La realtà, però, in casi come questi si rivela spietata: desiderare non basta e tutto resta immutabilmente invariato.
Ma il sogno resta.
Che faccio?
Mi viene un'idea.
Mi metto al computer, apro la home page di Google e digito "sidecar", perdo un po' di tempo nella ricerca (sì, perché il regalo sarà pure virtuale, ma almeno penso di meritare un'immagine bella e di qualità), Google fa il suo dovere e appaiono rapidamente diverse foto, metto l'opzione "grandi", faccio una selezione crudele, e alla fine raccolgo ciò che mi soddisfa, metto tutto insieme e... guardate!
Il regalo che mi faccio è un sidecar Ural di fabbricazione russa nella versione che si chiama "retro", è nera, piena di cromature e la moto è in stile "custom" , così tradizionale che ha la forza di non tramontare mai. La prima cosa che penso è come staremmo bene io e Maria a scarrozzare con questo veicolo un po' originale...
E guardandola ancora, insisto facendo leva sulla mia immaginazione e senza troppe difficoltà sembra quasi che il sidecar mi sia realmente davanti, sento le dita che accarezzano la superficie levigata, lucida e fredda, sento l'odore tipico delle moto dosato di benzina, olio e cuoio, sento quasi anche le vibrazioni e il rumore del motore che borbotta al minimo.
Sì, lo so che alla fine tutta questa roba è virtuale, ma che gioia per gli occhi!
Non ditemi che non vi è mai successo di provare sensazioni simili davanti alla foto di un gran bel desiderio?
Ma poi il mondo della pubblicità non fa leva proprio sulle sensazioni che, un qualsiasi prodotto o oggetto, presentati nel modo più desiderabile possibile, suscitano in chi guarda?
Penso di sì... e se così fan tutti e non è poi così bizzarro, mi tranquillizzo e...scusate, continuo a sognare.
Termino con gli auguri a me stesso e a tutti coloro che, nati il 28 marzo, si sentono immensamente sognatori e immensamente testardi tanto che, se il desiderio di qualcosa ti resta dentro, forse un giorno arriverà.
Ma il sogno resta.
Che faccio?
Mi viene un'idea.
Mi metto al computer, apro la home page di Google e digito "sidecar", perdo un po' di tempo nella ricerca (sì, perché il regalo sarà pure virtuale, ma almeno penso di meritare un'immagine bella e di qualità), Google fa il suo dovere e appaiono rapidamente diverse foto, metto l'opzione "grandi", faccio una selezione crudele, e alla fine raccolgo ciò che mi soddisfa, metto tutto insieme e... guardate!
Il regalo che mi faccio è un sidecar Ural di fabbricazione russa nella versione che si chiama "retro", è nera, piena di cromature e la moto è in stile "custom" , così tradizionale che ha la forza di non tramontare mai. La prima cosa che penso è come staremmo bene io e Maria a scarrozzare con questo veicolo un po' originale...E guardandola ancora, insisto facendo leva sulla mia immaginazione e senza troppe difficoltà sembra quasi che il sidecar mi sia realmente davanti, sento le dita che accarezzano la superficie levigata, lucida e fredda, sento l'odore tipico delle moto dosato di benzina, olio e cuoio, sento quasi anche le vibrazioni e il rumore del motore che borbotta al minimo.
Sì, lo so che alla fine tutta questa roba è virtuale, ma che gioia per gli occhi!
Non ditemi che non vi è mai successo di provare sensazioni simili davanti alla foto di un gran bel desiderio?
Ma poi il mondo della pubblicità non fa leva proprio sulle sensazioni che, un qualsiasi prodotto o oggetto, presentati nel modo più desiderabile possibile, suscitano in chi guarda?
Penso di sì... e se così fan tutti e non è poi così bizzarro, mi tranquillizzo e...scusate, continuo a sognare.
Termino con gli auguri a me stesso e a tutti coloro che, nati il 28 marzo, si sentono immensamente sognatori e immensamente testardi tanto che, se il desiderio di qualcosa ti resta dentro, forse un giorno arriverà.
27/03/11
L'ORA DELLA TERRA 2011
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| Una selezione di altri ottimi lavori realizzati dai designer per l'evento |
25/03/11
L'Anglia di mio padre, che vanto!
Da bambino ho appreso presto la dinamica del vanto come meccanismo di confronto con gli altri. Qualsiasi cosa andava bene per esaltarsene, l'importante era sorprendere i tuoi compagni: una figurina rara, una penna particolare, un soldatino, uno stemma di automobile o una biglia più colorata delle altre (com'era semplice la vita dei ragazzini dei primi anni '60!). Insomma, per un attimo diventavi il re, tutti venivano intorno a te a vedere la strabiliante e fantasmagorica rarità.
E quando non avevi nulla, la fantasia e la creatività galoppavano, l'obiettivo era di tentare di scalare quel gradino invisibile che ti faceva sentire un po' più su degli altri.
E quando non avevo nulla di nulla?
Non ricordo più quante volte mi sono "venduto" come una vera e propria eccezionalità la macchima di mio padre.
Credo l'avesse acquistata nel 1962 o 1963, aveva un nome impossibile, dicevo che era bellissima, dicevo che era AMERICANAA, e che aveva le codine come le macchine americane vere.
L'auto era una Anglia della Ford e che fosse americana non c'era dubbio, anche se poi ho scoperto che la costruivano in Inghilterra, ma a me cosa importava.
A me importava solo che tutti sapessero che mio padre possedeva un'auto fuori dal comune. E a dire il vero lo era, anche e solo per il fatto che in quegli anni erano pochi i papà dei miei compagni a potersi permettere una macchina.
Io la disegnavo e ridisegnavo, la raccontavo e dicevo dei fari che sembravano occhi, delle ruote con le grandi strisce bianche, del tergicristalli che si azionava con un pulsante, del lunotto posteriore inclinato (uhaooo!) e poi di quelle pinne o code o ali: che roba!!
In reatà si trattava di un'utilitaria, (1.198 cc) piccola e tozza; vista oggi sembra la brutta copia di un'auto degli anni 50 in stile Greese , ma quante volte mi hai fatto sentire il più grande, piccola Anglia!
Ah una curiosità: una Anglia simile a quella dei mie "magìe", di colore Light Blue, è stata prodigiosa "interprete" nel film Harry Potter e la camera dei segreti.
E quando non avevi nulla, la fantasia e la creatività galoppavano, l'obiettivo era di tentare di scalare quel gradino invisibile che ti faceva sentire un po' più su degli altri.
E quando non avevo nulla di nulla?
Non ricordo più quante volte mi sono "venduto" come una vera e propria eccezionalità la macchima di mio padre.
Credo l'avesse acquistata nel 1962 o 1963, aveva un nome impossibile, dicevo che era bellissima, dicevo che era AMERICANAA, e che aveva le codine come le macchine americane vere.
L'auto era una Anglia della Ford e che fosse americana non c'era dubbio, anche se poi ho scoperto che la costruivano in Inghilterra, ma a me cosa importava.A me importava solo che tutti sapessero che mio padre possedeva un'auto fuori dal comune. E a dire il vero lo era, anche e solo per il fatto che in quegli anni erano pochi i papà dei miei compagni a potersi permettere una macchina.
Io la disegnavo e ridisegnavo, la raccontavo e dicevo dei fari che sembravano occhi, delle ruote con le grandi strisce bianche, del tergicristalli che si azionava con un pulsante, del lunotto posteriore inclinato (uhaooo!) e poi di quelle pinne o code o ali: che roba!!
In reatà si trattava di un'utilitaria, (1.198 cc) piccola e tozza; vista oggi sembra la brutta copia di un'auto degli anni 50 in stile Greese , ma quante volte mi hai fatto sentire il più grande, piccola Anglia!
Ah una curiosità: una Anglia simile a quella dei mie "magìe", di colore Light Blue, è stata prodigiosa "interprete" nel film Harry Potter e la camera dei segreti.
23/03/11
MOKA E' CASA
Quando c'è un anniversario è inevitabile fare un breve flah-back coi ricordi per vedere cosa ci viene in mente rispetto al nostro tempo vissuto.
Ad esempio per i 150 anni dell'Italia unita, uno come me nato nel 1956, si porta appresso cinque Papi, svariati Presidenti della Repubblica, (me li ricordo quasi tutti ma in particolare ricordo Antonio Segni in visita a Benevento, perché facevo le elementari lì, e la scuola ci portò in strada a sventolare bandierine di carta con manici di legno, e ricordo Pertini, che con Bearzot giocava a scopone scientifico e fumava la pipa e il suo "HIC MANEBO OPTIME") e poi... musica, cinema, moda, la nostra televisione in bianco e nero Telefunken, il design ecc...Sì, il design, quello industriale, ci ha accompagnato senza tregua con tantissimi oggetti.
E nei primi miei 50 anni ho imparato a fare a meno dei giradischi e dei dischi, dei "mangianastri" e delle musicassette, dei telefoni fissi e dei gettoni per le telefonate dalle cabine, dei rullini per fare le foto, delle diapositive, dei proiettori super8 e più recentemente dei floppy disk, di A: e C: e un sacco di altre cose, insomma in un mare di cambiamenti, dove tutto sembra resistere dentro la frazione di tempo di un battito di ciglia, c'è un oggetto che è sempre stato lì, sempre uguale e sempre indispensabile: la Moka Bialetti, o caffettiera o macchinetta.
Roba italianissima, perché fa il caffè come piace a noi, perché per farlo ci mette un attimo, perché quando l'hai fatto la lavi facile e la riponi lì sullo scolapiatti prontissima ad altri eroismi.
Sì, eroica macchinetta, semplice, leggera, costante, robusta, comoda, affidabile.
Guardate le immagini che accompagnano questo breve racconto, provate ad immaginare una cosa più elementare di questa.... l'omino coi baffi diceva sempre su Carosello: "Sembra facile...." e aveva ragione.
Vi sembra facile immaginare una semplicità più semplice di questa?
La caffettiera Bialetti è parte di noi in maniera talmente esagerata e quando in Francia, in Spagna, in Germania, in Svizzera, in Austria non c'era, il mattino era di quelli che ti senti lontano-lontano e invece quando l'ho trovata pronta a New York e poi quando l'ho vista sfavillante a Sao Paulo, mi sono sentito proprio come a casa.
Se andate lontano per 10.000 chilometri o per 600, portatela con voi e ogni mattina, immaginatevi con l'occhio assonnato, spettinati, sbadigliosi con quell'aroma che entra nelle vostre narici e il rumore di quello svaporare così amichevole, e poi ditemi se non sarà come sentirsi dentro la vostra amata e familiare cucina. Grazie piccola macchinetta magica italiana.
20/03/11
D'Annunzio scrive agli italiani del Sud America
Amo i libri antichi, mi servono a tenere vivo il rapporto con la tipografia tradizionale, ma soprattutto mi suscitano quell'emozione per la quale un libro stampato resterà per sempre. Ho acquistato questo libro a Porta Portese a Roma, si chiama Sud America -Note ed impressioni di viaggio di Corrado Zoli, data di pubblicazione 1927.
Il libro è ben scritto, anche se è forte nell'autore lo stile dell'epoca che esigeva una prosa eroica e ridondante. Con questo volume Zoli racconta del Sud America con dovizia di riferimenti culturali e storici, illustrati con foto e cartine geografiche particolareggiate. Ma quello che più mi ha colpito è posto all'inizio del libro: "il messaggio per gli Italiani del Sud America affidato all'Autore da Gabriele d'Annunzio", non ricomposto in caratteri di stampa ma presentato come manoscritto su fogli intestati Reggenza Italiana del Carnaro-il Comandante.
Tento di trascriverlo qui di seguito, anche perché, nell'anno dei 150 anni dell'unità d'Italia, un po' di amor patrio anche se enfatico non fa male.
D’Annunzio escreve aos italianos da América do Sul
Amo os livros antigos, eles mantêm viva a minha relação com a tipografia tradicional, mas sobretudo me transmitem aquela emoção em saber que um livro impresso restará para sempre.
Comprei esse livro em Porta Portese, Roma, o título é América do Sul - Notas e impressões de viagem de Corrado Zoli, publicado em 1927. É um livro bem escrito, apesar do estilo da época que exigia uma prosa heróica e redundante. Neste volume, Zoli apresenta a América do Sul com muitas referências culturais e históricas, ilustradas com fotos e mapas detalhados. Mas o que mais me impressionou está no início do livro: “ mensagem para os italianos da América do Sul escrito por Gabriele d’Annunzio, não reescrito em caracteres de impressão, mas apresentado como manuscrito sobre papel officia da Regência Italiana de Carnaro – O Comandante.
Tentarei de transcrevê-lo aqui, mesmo porque, no ano em que se comemora os 150 anos da unidade da Italia, um pouco de amor pátrio mesmo se enfático, não faz mal a ninguém.

Agli Italiani delle Repubbliche Latine.
Fratelli, il messaggero della nostra fede nazionale, il portatore della nostra sempre alta speranza, ha un nome ben noto fra i combattenti.
E' il capitano Corrado Zoli, ufficiale di quella Terza Armata che spinse la battaglia più oltre verso levante, ha il saliente del Faiti e il saliente della via vecchia di Trieste, oltre quel Timavo dove nacque la santità di quella bandiera che servì di capezzale a Giovanni Randaccio moribondo e servì di làbaro al grande sacrifizio fiumano.
Noi Legionari di Ronchi proseguimmo verso levante la marcia dell'Italia vittoriosa, continuammo il nostro sforzo carsico di là dal Timavo.
E, partiti da un cimitero colmo di fanti, finimmo col seppellire i nostri morti del rosso Natale in una dolina cristiana che somigliava quei selvaggi crateri dove nella prima guerra il fango era sangue e il sangue era splendore.
Quello splendore della Patria fu veduto da voi figli remoti meglio che dai prossimi.
Vi basterà alzare la fronte dalle fatiche o dai negozii per scorgere sopra l'Oceano la faccia della Patria lontana ravvicinata da quello splendore.
Così voi lo vedeste riaccendersi sul Carnaro, quando gli Italiani dell'altra sponda chiudevano gli occhi o volgevano il capo.
Nell'una ora e nell'altra, accorreste e splendeste.
Da voi ci vennero i compagni migliori. Da voi ci venne il soccorso generoso, e la parola più generosa (....) .
Oggi la bontà e la bellezza dell'impresa di Ronchi risfòlgorano, contro la menzogna scornata e contro il tradimento avverato.
Agita oggi la Patria una discordia senza faville, un'ira senza baleni.
Ma i pochi sono sempre fisi alla mèta. E la raggiungeranno. Donec ad metam, come la mattina del 9 agosto 1918.
Questo è il conforto che il messaggero vi reca da Roma per me devotissimo.
Accoglietelo.
Non disperate di noi.
Siate a noi l'esempio, siate a noi la salute.
Siate di noi migliori.
Di qua e di là dellOceano, o fratelli, nella lotta che infuria, nel pericolo che sovrasta, nel buio che acceca, per i migliori è legge il comando Ronchi: "Ciascuno oggi deve dare non tutto di sé ma più che tutto di sé; deve operare non secondo le sue forze ma di là dalle sue forze."
Viva l'Italia!
20 luglio 1921.
Gabriele d'Annunzio
18/03/11
SENSE OF WONDER
Illustratore, pittore, disegnatore, Norman Rockwell con la sua opera costante e pluridecennale ha contribuito a diffondere i valori tradizionali statunitensi, attraverso il gusto retorico, fino a farli diventare veri e propri brand universali. Raccontando di sé, amava definirsi "un cantastorie": "Dipingo la vita come vorrei che fosse". Idealista? Sì ma di quelli buoni: amava tantissimo il suo Paese e credeva davvero in ciò che faceva.Accusato spesso in vita di illustrare gli Stati Uniti con eccessivo idealismo, oggi sappiamo tutti che quell'America così nazional-popolare esisteva ed esiste davvero.
Collezionano le sue opere fra gli altri Steven Spielberg e George Lucas due "cantastorie" come Rockwell, due amanti e artefici di quelle reazioni emotive che ha chi guarda quando si confronta: il "sense of wonder" non richiede mai la completa comprensione della situazione che lo causa.
Un esempio terra-terra tralasciando film come Intelligenza Artificiale (dove non era necessario conoscere la storia di Pinocchio) o altro... insomma, guardate le reazioni che suscitano i filmati postati su you tube o facebook dove il soggetto è un bambino piccolo, nessuno chiede chi è o chi sono i genitori o dove abita, quello che comunica e suscita è tutto lì.
O ilustrador e pintor Norman Rockwell, com um trabalho constante e duradouro, contribuiu na difusão dos valores tradicionais americanos, com um estilo retórico, fazendo com que esses se tornassem verdadeiros brands universais. Falando de si mesmo, amava definir-se como um "contador de histórias": "Eu pinto a vida como eu gostaria que ela fosse." Idealista? Sim, mas um idealista do bem: amava muitíssimo o seu país e acreditava realmente no que fazia.
Muitas vezes foi acusado de mostrar os Estados Unidos com um idealismo excessivo. Hoje em dia todos sabemos que essa América nacional-populista existe realmente.
Colecionam suas obras, entre outros, Steven Spielberg e George Lucas, dois "contadores de histórias”, como Rockwell, dois amantes e artífices de reações emocionais no espectador, quando confrontado: o "sense of wonder" não requer uma compreensão completa da situação que o causa.
Um exemplo simples acontece com filmes como Inteligência Artificial (onde não era necessário conhecer a história de Pinóquio) ou outros ... Por exemplo, olhando as reações que suscitam os vídeos postados no You Tube ou no Facebook, onde o personagem é uma criança pequena. Ninguém pergunta quem é, quem são seus pais ou onde vive, a comunicação já está inteira ali.
07/03/11
Mela... racconti una favola?
E' o non è una favola, la storia della mela? Vediamo: in principio è stata tentatrice (Eva e Adamo), poi è stata simbolo di giudizio elettivo (Paride sceglie Venere) per poi dare significato di trionfo alla figura femminile da celebrare (Paolina Borghese Bonaparte). In Svizzera, la si è associata a strumento di rivalsa e abilità (Guglielmo Tell), la Disney l'ha usata come strumento di vendetta e di morte (Biancaneve), Isaac Newton ne ha carpito la forza del cosmo (sulla vecchia banconota da un pound, non c'è una mela, ma dietro la testa di Newton c'è un albero di melo fiorito) e per restare in Gran Bretagna i Beatles ne hanno fatto l'emblema della loro etichetta discografica. Un po' di tempo dopo, quando New York è già stata soprannominata "la grande mela", nasce un Regno di oggetti che diventano il desiderio di mezzo mondo: quel Regno si chiama Apple-Macintosh Dove apple sta per mela e macintosh.... è proprio una varietà di mela (negli States, pare ci siano circa tre miolioni di piante che producono questo tipo di mela).
Il nuovo Newseek
L'editoriale comincia così: "Non è solo un'altra settimana per questa rivista. È un giorno nuovo e, speriamo, una nuova era".... "C'è un tempo per lo zap rapido di notizie sul web e un tempo per i piaceri più interpretativi della pagina stampata. Entrambi i ritmi sono proposti nella nuova struttura di Newsweek".
Tutto al femminile, con Hillary Clinton in copertina, il nuovo Newsweek. Si tratta del primo numero dello storico settimanale in cerca di rilancio, sotto la guida di Tina Brown, già artefice del successo di Daily Beast e Vanity Fair. Accanto alla foto dell'ex first lady, oggi alla guida del Dipartimento di Stato, il titolo "La guerra di Hillary". Sopra la testata, la presentazione dello speciale "Le 150 donne che muovono il mondo". Presentazione alla grande in tv, sulla Abc, ospite di un'altra icona del giornalismo al femminile, Christiane Amanpour, reduce dalle interviste a Hosni Mubarak e a Muammar Gheddafi. Nuovo anche il direttore creativo Dirk Barnet, che ha progettato la nuova veste grafica.
Tutto al femminile, con Hillary Clinton in copertina, il nuovo Newsweek. Si tratta del primo numero dello storico settimanale in cerca di rilancio, sotto la guida di Tina Brown, già artefice del successo di Daily Beast e Vanity Fair. Accanto alla foto dell'ex first lady, oggi alla guida del Dipartimento di Stato, il titolo "La guerra di Hillary". Sopra la testata, la presentazione dello speciale "Le 150 donne che muovono il mondo". Presentazione alla grande in tv, sulla Abc, ospite di un'altra icona del giornalismo al femminile, Christiane Amanpour, reduce dalle interviste a Hosni Mubarak e a Muammar Gheddafi. Nuovo anche il direttore creativo Dirk Barnet, che ha progettato la nuova veste grafica. Le mie più grandi felicitazioni a Tina Brown per un lavoro profiquo e originale, e con lei, a Hillary Clinton, a Dilma Roussef, ad Angela Merkel e a tutte le altre donne che hanno deciso di dedicare il loro impegno per migliorare questo mondo. (Nella foto la prima copertina di Tina Brown e un disegno che la ritrae).
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